Friday, December 09, 2005

h2o_9.9.05

Certi uomini sono strani. Cosa spinge certi uomini a camminare in piena via Emilia indossando una camicia rossa da benzinaio, o una maglietta con scritto "cocaina" quando probabilmente non la conoscono? E quindi non possono amarla, né odiarla... Certi giorni sono strani. In questi giorni, Modena sembra avvolta dall'acqua. Ieri sera ha iniziato a piovere, con l'aria di chi vuol piovere per giorni. So come ci si sente. Anche nei giorni precedenti, però, era sufficiente mettere il naso fuori per respirare acqua, acqua sporca e sudata.

Sono nato in un ospedale che, nel 1966, era quasi in periferia. I miei genitori avevano affittato il primo piano di una casetta dei dintorni. La casetta era presso l'ospedale in cui la prof., mia madre, lavorava. Alla fine del campo c'era il fiume, il Panaro che va nel Po e che si pronuncia con l'accento sulla seconda A, a differenza del piemontese Tanaro. Ieri ho cercato in rete immagini di quei giorni. Ero curioso di scoprire che aspetto avevano quella casa, quella strada, quel campo, quel fiume il 27 gennaio del 1966. Le mie informazioni sono poche: sono stato procreato per ripicca e ancora 40 anni dopo, in famiglia, circolano versioni contrastanti dei fatti. Una cosa che ho sempre ritenuto certa è che, mentre venivo al mondo alle 8 e mezza di sera di un giovedì italiano metà anni '60, un giovane Mike Bongiorno apriva la puntata di Lascia o Raddoppia. L'altro giorno, ritenendo che questo dato non mi bastasse più, ho appunto cercato documentazioni fotografiche. C'è poco. Ho battuto l'unica traccia a disposizione oltre a Mike Bongiorno. Il vecchio, mio padre, mi ha sempre detto un po' eccitato che in quei giorni entusiasmanti il Panaro lambiva le nostre case, minacciosamente visibile all'orizzonte del famoso campo. Erano i giorni, mi ha sempre detto, dell'alluvione di Firenze. Ho sempre trovato affascinante questa concomitanza, questo mio venire al mondo sbucando dalle acque, mentre il mondo sembrava voler finire sott'acqua a cominciare da quella Firenze che aveva casualmente dato i natali a mio fratello, sei anni prima. Beh, grazie all'onniscenza della rete globale ho potuto scoprire che probabilmente è una balla, è sempre stata una balla, l'alluvione di Firenze c'è stata nel novembre del 1966. Ma poi, importa davvero?

Mi è venuta in mente un'altra celebre distorsione psichica del vecchio. E' capitato che nel 1971, tentando di insegnarmi a nuotare, applicò i vecchi insegnamenti da lui subiti in gioventù. Mi ficcò la testa sott'acqua nel mare della Fetovaia, con le mani puzzolenti di dopobarba e unte di pizza e focaccia scaldate sul cruscotto di una berlina color panna che concretizzava il sacrificio italiano per uscire dall'incubo bellico. Ovviamente, il trauma è stato tale che ho avuto il terrore dell'acqua per decenni e tuttora non so nuotare. Bene, la distorsione sta nel fatto che lui è convinto di avermi insegnato a nuotare e di averlo fatto proprio in quei giorni e in quel modo. Se ci innamoriamo di una nostra percezione stupida o sordida e nessuno la confuta, quella diventerà sempre più vera anno dopo anno. E' così che ho imparato a nuotare, è così che in quel giovedì di gennaio, nel campo di fianco a casa, non c'era solo la voce di un giovane Mike Bongiorno che gridava "allegria!" ma anche le rabbiose, fumiganti acque del Panaro che gridavano "ti prenderemo". In qualche modo mi hanno preso.

Pochi giorni fa ci siamo ritrovati per la solita messa in ricordo della prof., sette settembre alle sette. Siamo sempre meno e ormai bastano sette delle vecchie panche di san Pietro. Ho trovato insopportabile il rituale, ho osservato il solito tipo con la testa mozza affrescato sulla navata centrale, quello che da bambino osservavo per intere mezz'ore mentre nella mia mente scorrevano freschi ricordi di dolore. Ho notato che qualche anima pia ha deciso di rifare il soffitto, cancellando dal disco rigido quell'orribile affresco in stile Perugina, lo sfondo blu vivace con miriadi di orrende stelle dorate. Don Gregorio ha parlato abbastanza a lungo della prof., più del solito, dicendo un numero di balle ragionevolmente compatibile con il suo lavoro. In fondo non è molto diverso dal vecchio. Se ci innamoriamo delle nostre percezioni e nessuno le confuta, esse diventeranno realtà impresse indelebilmente, come la testa del tipo, che il putto allegro tiene orgogliosamente tra le mani mentre il prete parla di mia madre.

Chissà quanto tempo passerà prima che abbandoniamo questo annuale, annoso rituale. Basta stelle dorate, teste mozze e interpretazioni a posteriori, inconfutabili, della vita di un uomo o di una donna. Forse rimarremo legati a questa scadenza sino a che non finiremo tutti sott'acqua, sommersi da un Panaro emulo del lago Pontchartrain? In fondo è già successo una volta, il 27 gennaio del 1966 o del 1967; può capitare ancora.

Ora, 9 settembre, il cielo è un rombo di tuono irregolare, che nel suono mi ricorda l'impetuoso torrente Dolo che qualche giorno fa mi travolse con la sua grigia onda di piena, mentre ci sguazzavo dentro inventando canzoni e pensando a New Orleans. Piove da molte ore e il cielo è solcato da fulmini con la coda che suggeriscono di tenere in casa la Sumatra. A Sumatra non dispiace la pioggia, anche se non ama tuoni né lampi. Perciò, se non avessi fatto intervenire la mia umana, paterna prudenza, lei sarebbe in giro per i tetti, a giocare con i fiori secchi dell'ibisco, rincorrere ombre, rubare goffamente uccellini dai nidi... o semplicemente vedere che fanno oggi gli altri gatti dell'isolato. Ma non m'interessa d'insegnare a nuotare alla Sumatra, né d'insegnarle a cadere lanciandola dal quarto piano, come avrebbe forse fatto mio padre se fossimo nati gatti. L'unica cosa davvero inconfutabile di questi giorni è la pioggia, che cade da ore e che a volte sembra sommergere mezzo mondo. Alla pioggia non importa minimamente se pensiamo di sapere nuotare. Se l'acqua salirà, quello che farà veramente la differenza per me e la Sumatra saranno questi quattro piani così stretti e pericolosi, senza parapetto. Tre piani e mezzo, per la verità, che lasciano ansimanti quasi tutti i senzacoda che vengono a trovarci. Noi non sappiamo nuotare e ci stiamo allenando a saltare da un isolato all'altro. Ormai possiamo arrivare a New Orleans. O al Panaro, alla Secchia che è il fiume madre dove lei è stata rinvenuta, in cima ad un albero per sfuggire alle acque che schiumavano grigie nella bocca di un cane, o di un uomo convinto di dover insegnare qualcosa a qualcuno.

Settembre è ammantato di tristezza quieta e di attesa, l'attesa serena e inerte che il fiume faccia capolino in fondo al campo, di là dalla fermata dell'autobus che raccoglie nervose matricole di medicina. E' il settembre del 1966 e io ho pochi mesi. Inizia a piovere, e pioverà per settimane sino a che il Panaro sommergerà il campo, mezza Modena, Firenze e chissà quanti altri luoghi. Sessantasei, sette. Gli anni, come tutti i numeri, sono significative convenzioni. Potrei così rinascere molte volte, in molti luoghi e ogni volta sparire tra le acque, con epitaffi di sale destinati a sciogliersi al primo sole, spalmati sulla mia pelle scura. Potrei avere il pelo lungo e grigio, come la Sumatra. Pochi giorni fa ho scoperto di essere nato per due anni consecutivi. Chissà quante altre volte sono nato e nessuno me l'ha detto; questo vale anche per tutti voi che leggete. Forse un giorno scoprirò d'essere nato gatto, e di essermi salvato su un albero della Secchia. O del Panaro. Forse i bambini che non sanno nuotare e muoiono, rinascono ogni volta che qualche gattina rischia di finire sotto.

Io e Sumatra siamo contenti di stare in alto, perché siamo al sicuro dal Panaro e poi ci sono i nidi e gli uccellini morti con cui giocare. Adesso c'è anche la radio in internet. Anche se tornano le alluvioni del 1966 e del 1967, ce ne vien 'na zampa prima che l'acqua arrivi quassù. Forse c'è anche il tempo d'imparare a nuotare o volare dal quarto piano. Lindsay lo ha fatto e non è tornata, ma le bugie sulla sua fine sono diventate storia, storia inconfutabile come l'alluvione del 1966. Lei pensava di essere un gattoscimmia e viaggiava su treni a vela, amara vela di mare. Noi restiamo alla finestra, per sentire se la pioggia ci vorrà raccontare altre storie. O per raccontare le nostre: certi giorni e certe stagioni sono fatte per aprire il libro dei passati. Vediamo un po' se le nostre verità possono stare sulla stessa barca. Vediamo se è la storia che è sbagliata o se basta cercare un natante adeguato. Nel frattempo, tra duri passaggi di tempo ci saranno squarci di luce, forse di sole, che suoneranno la campana della consapevolezza almeno per qualche attimo. Raccoglimento, silenzio, perdono e abbandono. Scuse e confessioni, samsara armonico tra sé e il proprio passato. Un secondo per capire che ciò che non va di noi, nel nostro incontrare gli altri, sta sul greto del nostro passato. Un attimo solo, poi il rumore della pioggia, cieco e violento, ci fa odiare le pagine di quel libro, ce le fa richiudere con un gran disprezzo verso la nostra stessa tenerezza. L'acqua ha fatto un sacco di vittime e quasi tutte sono persone che non avevano imparato a chiudere le pagine. L'acqua ha fatto un sacco di danni, un sacco di guai e ha fatto piangere un sacco di lacrime che si sono aggiunte all'acqua del mare e dei fiumi. Aggiungendo casino al casino, come nel '66.

Come nel '66 ho visto cani alla deriva che cercavano il proprio passato, per non essere spazzati via. Ho sentito dai lucernai senzacoda di tutti i colori che facevano casino, facevano un casino terrificante e parlavano tutti insieme. Abbiamo chiuso la finestra e ora restiamo ad aspettare in ascolto, perché certi giorni sono strani e bisogna capire cosa c'è scritto tra le pagine e le onde del passato, raccogliere tutto con calma e fiducia, etichettare e prepararsi all'onda successiva. Questa, quando arriva, non deve trovare libri aperti. Chissà quando smetterà di piovere, noi restiamo ad aspettare in ascolto.

2 comments:

krepa said...

Non ho letto tutto, ma mike bongiorno credo ci fosse anche il 6 luglio 81 quando sono nato io...sempre in televisione

hd said...

eh, con mike bongiorno è difficile sbagliarsi... semplicemente lui c'era, c'era sempre!