Thursday, November 18, 2010

Bolero, di morte e di vita



Hallowdave alla Notte Nera di Lama Mocogno, Mo (31.10.10)
Foto di Sotero Grandi con editing di Dave


Il Bolero era un grosso cargo, probabilmente con bandiera panamense o liberiana, che avvistai nel freddo porto de L'Aia nell'autunno del 1998. Era la mia prima visita nella capitale olandese, che avevo raggiunto con un viaggio di circa 24 ore su un pullman continentale per suonare davanti a un pubblico di 4 persone, nessuna delle quali pagante. Si trattava della classica situazione in cui si parte soprattutto per andare, muoversi, conoscere e conoscersi. Nei mesi precedenti avevo fatto scelte decisive per la mia vita e avevo da poco rimesso le mani su una chitarra, gettandomi nella scrittura di molte canzoni in inglese - e qualcuna in italiano. Il Bolero aveva un aspetto nero e pesante, almeno lì all'ancora nelle acque già gelide per la stagione e sferzate dalla tramontana. Probabilmente, mi dicevo, ha un aspetto diverso quando fila in alto mare nel sole dei Caraibi. A suo modo era inquietante come un ricordo sgradito o una memoria del futuro; lui mi guardava e io lo osservavo per ore, mangiando gamberetti fritti conditi con maionese nei chioschetti al riparo dal vento. Il suo ventre era un'enorme massa scura che mi ricordò lo scafo dei navigli che portavano merci su e giù per il Casamance, ai tempi del mio viaggio nel West Africa, nove anni prima di allora.

Nelle notti in casa di Joanna, mentre tutta la famiglia dormiva nella quiete della piccola capitale, a volte scendevo a fumare nel salone che dava sul piccolo giardino nel retro. C'era un bel suono lì, nel vano ampio e piuttosto sgombro di mobili. Fu lì che in una di quelle notti scrissi September Moon, un brano che poi abbandonai completamente nella sua versione originale, ma che divenne Settembre luna. Nacque come una lenta litania, su una chitarra classica vecchissima e inferma, la quale portava buffe corde di nylon nero che io avevo accordato in re aperto. La canzone era triste ma io stavo bene, rallegrato da una potente vena creativa che mi aveva assalito da pochi mesi e che sarebbe continuata come un flusso euforico e doloroso per un paio di anni buoni. A quei tempi, ero capace di stare giornate intere sullo stesso brano o addirittura sul medesimo passaggio di fingerpicking, sino a che non ero in grado di suonarlo in modo assolutamente pulito e alla velocità che desideravo - e poi sempre più spedito sino al parossismo, per poi passare finalmente a una nuova composizione.



Pochi mesi dopo, nell'inverno tra il '98 e il '99, la malattia di mia madre, la prof, prese una piega brutta e decisiva. Io mi dedicai per parecchi mesi esclusivamente a lei, pur continuando a scrivere canzoni e tornando fugacemente a mettere piede su qualche palco in compagnia di Anna Palumbo, detta "il Maestro". In quei mesi l'immagine del Bolero ancorato all'Aia mi seguì e si fece viva più volte, generando poco più che qualche appunto mentale; fu solo nella notte tra il 6 e il 7 settembre, nelle ultime ore dell'agonia di colei che mi aveva generato, che iniziai a scrivere su un foglio verde i versi del "mio" Bolero. Scrivere quella canzone fu per me una necessità assoluta, una questione di vita o di morte interiore. Non mi risparmiai e ne affrontai la composizione come se da essa potesse dipendere la comprensione, o l'esorcismo, delle angosce che da sempre mi attanagliavano maggiormente. Ne uscì un buon pezzo che iniziammo subito a suonare dal vivo e che piaceva parecchio; furono canzoni come quella che mi spinsero sempre più verso l'italiano, facendomi tradurre nella mia lingua madre brani che erano nati in inglese, come The Last Blues Of Hell Street (Via dell'Inferno, scritta su un treno regionale a notte fonda) o Another Piece Of Heaven (Tempesta, scritta di getto dopo l'incontro a distanza con una persona misteriosa e sconosciuta, che altre volte mi ha ispirato molti buoni brani).

Poi sono successe molte altre cose. Nel 2000 e 2001 registrai parecchie canzoni, soprattutto in inglese; tornai allora in Olanda per la diretta radiofonica che è in parte finita nell'album Dr.Dave & Mr.Haze, pubblicato poi nel 2008. Ci furono anche anni senza musica e di follia, la quale - nei suoi aspetti meno deleteri - ha dato vita a canzoni come L'età d'oro del porno che spero prendano nuova vita in un prossimo progetto. Nel 2006 mi capitò di passare di nuovo per i Paesi Bassi, dove quello che doveva essere un rapido transito aeroportuale si trasformò in un'indesiderata vacanza offerta dall'infallibile sistema giudiziario della regina Beatrice. Fu allora che ricominciai a scrivere canzoni e compresi che in una vita così breve e imprevedibile come la nostra, la cosa peggiore da fare è rimandare gli appuntamenti con le proprie emozioni e la propria creatività. Rientrato in Italia, ho innescato il processo che ci porta oggi a presentare il disco Bolero, che ha il nome di quella nave e che si apre con quella canzone iniziata il 7 settembre di undici anni fa.


La lavorazione è stata molto lunga e ha richiesto, ovviamente in modo non continuativo, 32 mesi più uno per la pubblicazione vera e propria. E' stata così lunga e faticosa che a stento trovo l'energia per narrarvene, a questo orario assurdo di una notte che, per me, è ormai sistematicamente fusa con il giorno. L'album ha finito per raccogliere canzoni già conosciute e suonate parecchio dal vivo, ma anche brani che nemmeno io mi aspettavo di includere in un progetto discografico, quali La bottega di Casimiro (era la preferita di mia madre e ha subito importanti trasformazioni proprio mentre la registravamo) o la cervellotica Lindsay, mix di sogni e visioni mie e rubate ad altri, impregnate poi dell'umore umido e cruento dei portici bolognesi. Uno solo di questi brani è stato scritto di recente, nell'autunno del 2007; è I fonici di domani ed è una song dalla struttura bizzarra e per certi versi sorprendente, poi seguita da altre nuove canzoni che, ormai liberate, fortunatamente continuano a fluire.

Realizzare quest'opera è stata una specie d'impresa che ha richiesto un impiego straordinario di tempo, finanze, energie. E' stato un po' come attraversare il Sahara a piedi nudi senza esser mai stati prima in Africa, camminando 18 ore al giorno e fermandosi poi a riposare, per qualche settimana, in prossimità di rare polle d'acqua. Il Bolero è nato e cresciuto, grazie all'amore e alla cura di nuovi compagni di strada, solo ed esclusivamente per la mia esigenza di saldare assolutamente alcuni di quei vecchi conti. Senza questa motivazione, più pressante di qualsiasi valutazione di mercato, non ce l'avremmo fatta. Quando abbiamo iniziato, avevo cognizioni ben vaghe di come si fa un disco e di tutto quello che bisogna fare, durante e dopo, affinché il proprio lavoro raggiunga un pubblico di una certa dimensione. Con la pazienza e l'aiuto di tanti, ho e abbiamo imparato pian piano, senza però mai mettere in discussione la matrice creativa che è rimasta pura, intatta nel proprio riprodurre l'opera che aveva semplicemente giaciuto nel mio petto per undici anni, mettendo in secondo piano tutto ciò che vi era di contingente sul nostro cammino. Anche per questo ci è voluto tanto e anche per questo non ce l'avrei fatta senza l'aiuto di tutti e tutte coloro che hanno compreso l'esigenza irrinunciabile di realizzare un'opera che tenesse conto soprattutto di sé stessa e delle situazioni che l'avevano generata.


Registrando il Bolero, Sex Blues Studio (primavera 2008)
Foto di Giovanni Cantoni

Non sarebbe stato possibile senza Patrizia Ferrarini, che ha suonato o cantato in 9 dei 13 brani del disco, donando un colore marino che è sempre stato sotto traccia in queste canzoni, chiuso nelle liriche senza trovare, sino al mio incontro con lei, il ragionevole output sonoro che le sue percussioni hanno invece reso tangibile ai sensi. Non sarebbe stato possibile senza la solida esperienza di Antonio Righetti e Danny Montgomery, la voce e i consigli di Alessandra Ferrari, l'istintiva genialità dei Bagend, la raffinata precisione di Matteo Toni, l'armoniosa umanità di Marino Brusiani, la pazienza e le conoscenze di Andrea "Fonta" Fontanesi, Davide Cristiani, Stefano Cappelli e Alizarine. Né sarebbe stato possibile senza il sostegno umano di mia nipote Elena, cui quest'opera è dedicata come lo è alla memoria di mia madre, la prof, il cui corpo ci ha lasciati proprio mentre il Bolero nasceva in guisa di canzone. In questo modo vorrei rendere un piccolo omaggio a quei fili che legano le generazioni tra loro, negli sforzi positivi per essere sé stessi e sé stesse, nel tentativo di comprensione dei fenomeni umani e di curarne le derive con una fermezza e una costanza d'animo che probabilmente non ho mai posseduto, o che forse ho iniziato a praticare proprio nel corso di questo lungo viaggio attraverso me stesso che ha preso il nome di Bolero. Per questo motivo, più che per il pur eccellente sostegno tecnico e artistico, ringrazio profondamente tutte le persone che ho citato, oltre a tutti e tutte coloro che ci hanno dato una mano lungo la strada.

A fronte dei tempi duri e del futuro incerto, posso dire di aver completato una porzione significativa di quella piccola opera che ognuno chiama la propria esistenza - e che quindi concorre inevitabilmente al tratteggio di quella grande opera che è l'esistere collettivo. Con il Bolero so di aver assolto a un importante compito interiore e di avere forse riequilibrato qualche dissesto karmico, spezzando alcune di quelle trame di negatività che, sentendosi non viste, molto spesso distruggono più di una vita. Quotidianamente assaporo i frutti di quest'impegno, circondato dalla stima e dall'amore di un gran numero di nuovi compagni e compagne di viaggio; fosse anche solo per questo, sono profondamente felice di aver intrapreso una strada sia pur così dolorosa e difficile, come lo è affidare il proprio oggi e il proprio domani alla musica e alle parole. Verrà un giorno non lontano in cui i venti e le maree rimescoleranno le nostre ceneri, spazzando via come un siluro tutto ciò che non serve al proseguimento della vita. In questi termini, queste 13 canzoni hanno l'ambizione di restare ed è con questo scopo che oggi ve le offriamo.

ma se potessi raccontare come sono io
se ci fosse un modo semplice per dire addio
bruciare fa male
però non bruciare fa male parecchio di più

La mela e Newton, "La fuga"


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